“Il silenzio dell’onnipotente” Gaetano Daniele rivela la forza del Natale

 

By Gaetano Daniele 

“La solitudine” è il titolo di una canzone di Laura Pausini, delle cui parole in genere si ricorda solo il titolo.

Del resto la parola solitudine fotografa davvero lo stato d’animo di questo Natale 2018 in cui nessuno aspetta più nulla, perché non ci sono più speranze.

Ci siamo assuefatti. Si arrangia vivendo alla giornata. Ma si riempie il vuoto della vita con le parole: di politica, di economia, di varia umanità, di cazzeggio, di inciucio, di religione ormai diventata una chiacchiera mondana (sull’emigrazione, il clima o la spazzatura differenziata).

Nell’epoca del “secondo me” vero e falso si confondono, per cui non resta che insultarsi. Nulla compie le attese e nulla guarisce il dolore del vuoto interiore degli uomini e delle donne, soprattutto quelle inappetienti. Fra le rare parole che dicono ancora qualcosa ci sono quelle della poesia. Per esempio, sembrano scritti oggi i “Cori da La Rocca” di Thomas S. Eliot: “Il destino degli uomini è infinita fatica, oppure ozio infinito, il che è anche peggio, oppure un lavoro irregolare, il che non è piacevole”.

Il poeta inglese continua: “Comunque la mascheriate, questa cosa non cambia”, mi verrebbe da dire a chi cerca di prendere tempo credendo di fottere chi gli ha teso la mano, e “finge” di non sapere il gioco pur di non rompere “ancora” un rapporto.

Le “infinite chiacchiere” sono un rumore di fondo che si fa assordante e non c’è una sola parola che riempia la solitudine. Una colossale nube tossica di parole avvolge il mondo e tutto si fa ogni giorno più complicato e cattivo. Si brama il silenzio. Ma dove trovarlo?

È la Parola di Dio che nasce nel silenzio. Il Natale è l’avvenimento di Dio che si fa uomo per colmare l’attesa e la solitudine degli uomini, ma tutto avviene nel silenzio. Per raccontare l’unica vera rivoluzione della storia, il Vangelo non riporta nemmeno una parola di Maria e di Giuseppe, lì nella grotta. Viene al mondo il Verbo di Dio, la Parola creatrice di tutto l’universo nel più grande silenzio.

Dunque, il “silenzio di Dio” non è il segno della sua terribile lontananza o addirittura della sua indifferenza, ma, al contrario, della sua presenza, del suo amore appassionato, vivo e operante. Tuttavia per riconoscere questa eccezionale presenza divina bisogna saper leggere i segni. Sia ai pastori che ai Magi – i primi che lo riconobbero – furono dati dei segni.

Ai Magi la stella che – per la loro cultura – significava la nascita di un re in Israele. Ai pastori il segno di un bambino in una mangiatoia. A loro infatti l’angelo disse: “Non temete, ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, che giace in una mangiatoia”.

Un Salvatore del mondo che nasce in una stalla sembra un segno contraddittorio, assurdo. Eppure Dio è un Re che si abbassa e si umilia a tal punto per amore. È l’amore che si manifesta nell’umiltà e nel silenzio.

Il Vangelo infatti prosegue: “E subito apparve con l’angelo una moltitudine dell’esercito celeste che lodava Dio e diceva: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini che egli ama”.

Il papa Benedetto XVI spiegava: “Fino a quel momento gli angeli avevano conosciuto Dio nella grandezza dell’universo, nella logica e nella bellezza del cosmo che provengono da Lui e Lo rispecchiano. Avevano accolto, per così dire, il muto canto di lode della creazione e l’avevano trasformato in musica del cielo. Ma ora era accaduta una cosa nuova, addirittura sconvolgente per loro. Colui di cui parla l’universo, il Dio che sostiene il tutto e lo porta in mano – Egli stesso era entrato nella storia degli uomini, era diventato uno che agisce e soffre nella storia. Dal gioioso turbamento suscitato da questo evento inconcepibile, da questa seconda e nuova maniera in cui Dio si era manifestato – dicono i Padri – era nato un canto nuovo, una strofa del quale il Vangelo di Natale ha conservato per noi: ‘Gloria a Dio nel più alto dei cieli e pace in terra agli uomini’. (…). La gloria di Dio è nel più alto dei cieli, ma questa altezza di Dio si trova ora nella stalla, ciò che era basso è diventato sublime. La sua gloria è sulla terra, è la gloria dell’umiltà e dell’amore”.

Il papa proseguiva: “la gloria di Dio è la pace. Dove c’è Lui, là c’è pace. Egli è là dove gli uomini non vogliono fare in modo autonomo della terra il paradiso, servendosi a tal fine della violenza. Egli è con le persone dal cuore vigilante; con gli umili e con coloro che corrispondono alla sua elevatezza, all’elevatezza dell’umiltà e dell’ amore.

A questi dona la sua pace, perché per loro mezzo la pace entri in questo mondo”. Benedetto XVI – il “dolce Cristo in terra” che per anni ci ha affascinato con il suo insegnamento – oggi è diventato anch’egli una presenza silenziosa. In questo tempo smarrito, di uomini soli, che hanno abbandonato Dio e disertano le chiese, riempiendo il vuoto con “infinite chiacchiere” (o – come dice Eliot – con “usura, lussuria e potere”), Dio sembra aver dato di nuovo il segno della sua presenza viva e potente connotata dal silenzio. È appunto il silenzio di Benedetto XVI. Da sei anni, per la prima volta nella storia, abbiamo un Papa che parla con la sua presenza misteriosamente silenziosa.

Perché viviamo un tempo eccezionale. Alla modernità che, nel XX secolo, ha devastato il mondo con le sue ideologie e poi ha accusato Dio per il suo silenzio, giudicandolo come indifferenza di fronte alle sofferenze umane, alla modernità che ha ridotto Dio al silenzio, che non lo ascolta più, che lo ha imbavagliato e dimenticato, Dio risponde con un silenzio che ha un volto e un nome di padre.

Insomma: “È meglio rimanere in silenzio ed essere, che dire e non essere”. Il silenzio di Dio porta sempre grandi cose.

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